Lo dico subito perché è la chiave di lettura del pezzo. Il diavolo veste Prada 2 è il film più ironico del 2026 per un motivo che non ha niente a che fare con le battute di Miranda. È ironico come operazione nel senso che un film prodotto da Disney racconta la morte dell’editoria indipendente, un film sul declino del giornalismo è lanciato con un marketing affidato agli influencer e un film che piange la fine della carta stampata ha l’embargo critico che viene tenuto bloccato fino all’uscita così i giornali non possono parlarne prima. Capisci il cortocircuito? Bene. Tienilo a mente perché è l’unica chiave che rende questo sequel davvero interessante.
C’è una scena nel primo Diavolo veste Prada che a riguardarla oggi fa quasi tenerezza come una foto polaroid di vent’anni fa. Quella in cui Miranda boccia le giacche autunnali e sposta uno shooting a Sedona bruciando trecentomila dollari come fossero spiccioli. Nel 2006 era cinismo glamour, oggi è archeologia. Perché il vero colpo di scena de Il diavolo veste Prada 2, uscito il 29 aprile 2026 e già a quota 233 milioni di dollari nel weekend di apertura mondiale, non è che Miranda è tornata, è che Runway, dentro al film, sta morendo e nessuno se lo aspettava.
Il diavolo veste Prada 2: la trama, senza spoiler

Vent’anni dopo Andy Sachs (Anne Hathaway) è una giornalista impegnata e premiata. Letteralmente la prima scena la mostra mentre riceve un riconoscimento alla carriera e, contemporaneamente, scopre via WhatsApp che la sua intera redazione è stata licenziata in tronco. Il giornalismo del nostro decennio in una scena, benvenuti nel 2026.
Miranda Priestly (Meryl Streep) intanto è al centro di uno scandalo in cui Runway ha pubblicato un articolo promozionale su un marchio che si rivela essere uno sweatshop. Il suo capo Irv la costringe a riassumere proprio Andy come features editor per ripulire la reputazione della rivista. Miranda non la prende benissimo.
Emily (Emily Blunt) nel frattempo è passata a Dior, non da stagista ma da dirigente, e Nigel (Stanley Tucci) è ancora lì, grazia salvifica del cast.
Il resto lo scoprirai, lo dico solo perché è il nodo centrale di un film su come si tiene in piedi una rivista di moda quando la rivista cartacea sta uscendo dal mondo.
Di cosa parla davvero Il diavolo veste Prada 2
Lo dico subito perché è il punto che mi ha spiazzata di più. Il diavolo veste Prada 2 non è un film sulla moda. La moda, qui, è scenografia. Bellissima, opulenta, con una scena ambientata a Milano che vale da sola il prezzo del biglietto ma decorativa. Il cuore pulsante è la fine del giornalismo come lo abbiamo conosciuto.
E qui mi tocca fare un cortocircuito che ti consiglio di tenere a mente quando guarderai il film. La produzione è Disney, il marketing è stato affidato ad un esercito di influencer, l’embargo critico è rimasto bloccato fino all’uscita. Il che vuol dire che le testate hanno potuto pubblicare le recensioni solo a giochi fatti quando ormai i biglietti erano stati venduti. Tutto questo per un film che, dentro lo schermo, piange senza pietà la morte della carta stampata e satirizza il declino del mestiere editoriale.
Più meta di così si muore e in un certo senso è proprio quello che racconta.
Il cast: Streep, Hathaway, Blunt, Tucci e i nuovi ingressi

Le performance sono il muro portante. Streep entra in scena e ti rendi conto che aveva ragione lei a dire, anni fa, che non vedeva il senso di un sequel. Poi però riveste quei panni e quella voce flautata, leggermente più stanca, e diventa subito chiaro che senza di lei questo film non esisterebbe nemmeno come idea.
Hathaway è la sorpresa vera. Andy nel 2006 era una ragazza che imparava a vestirsi. Nel 2026 è una donna che impara a sopravvivere in un settore che si autodistrugge. Ha una scena di confronto con Miranda (non ti dico dove, non ti dico come) in cui per due minuti reggono entrambe il film sulle spalle senza muovere un muscolo di troppo.
Tucci fa Tucci, il che vuol dire che salva tutte le scene in cui appare. Emily Blunt, nel ruolo di Emily Charlton diventata dirigente di Dior, ha forse il personaggio meno scritto dei quattro ma le tocca la battuta che chiude il discorso: “i giornali non sono più rilevanti“. Prova a darle torto.
Tra i nuovi arrivi Kenneth Branagh interpreta il marito di Miranda, Lucy Liu è Sasha Barnes (la celebrità inafferrabile che Andy deve intervistare), Simone Ashley e Justin Theroux completano il quadro con un cameo di Lady Gaga che funziona meglio di quanto avrebbe potuto.
Cosa funziona e cosa no nel sequel
Funzionano la cornice tematica e la coscienza che il film ha del suo tempo. Rispetto al primo qui si parla di intelligenza artificiale, di caroselli su Instagram, di influencer marketing, di fast fashion etico (o non etico) e lo fa senza sembrare la nonna che scopre TikTok che era il rischio numero uno.
Non funziona, secondo me e secondo buona parte della critica italiana, la sceneggiatura nel suo complesso. Aline Brosh McKenna torna a scrivere ma le manca l’incisività ruvida del primo film. Il sottotesto romantico è posticcio, scollegato dal resto e in un paio di passaggi il film sembra avere paura di mordere davvero la mano che lo nutre, ossia la moda, l’industria del lusso e il sistema editoriale stesso.
Su Sentieri Selvaggi Carlo Valeri gli ha dato 4 stelle su 5 dicendo che il film vuole esorcizzare la fine di un mondo e di una generazione. Su Il Fatto Quotidiano Davide Turrini lo ha demolito definendolo abulico. Rotten Tomatoes segna attualmente 77% di gradimento critico e Metacritic 63 su 100. La verità, come spesso accade, sta in mezzo. E’ un film sufficiente, a tratti notevole, mai memorabile come il primo.
Poi c’è il famigerato “Netflix look” di cui tutti stanno parlando. La fotografia di Florian Ballhaus è stata accusata online di quella patinatura piatta e senza contrasto che ormai accomuna troppe produzioni. Su un film che parla di estetica e di cura del dettaglio è una contraddizione che pesa.
I costumi però sono un altro discorso. Reggono il film anche quando la sceneggiatura barcolla e i look di Andy nella seconda metà sono il tipo di moodboard che ti ritroverai a salvare su Pinterest senza rendertene conto.
La colonna sonora: Lady Gaga, Doechii e “Runway”
C’è una traccia originale nella colonna sonora chiamata “Runway”, scritta e cantata da Lady Gaga insieme a Doechii. È un pezzo house-pop uscito come singolo il 9 aprile e Gaga compare anche brevemente nel film. Funziona? Sì, funziona. Sembra fatto apposta per diventare il pezzo da reel dell’estate ma non ti disturba mentre guardi.
Il resto della colonna sonora è firmato da Theodore Shapiro. Venti tracce strumentali per quasi quaranta minuti totali. Non è il tipo di score che esce dalla sala con te ma fa il suo lavoro.
Il diavolo veste Prada 2 vale la pena? Il verdetto

Sì. Senza esitazioni, sì. Anche se non è il capolavoro che il primo era diventato per accidente di tempismo culturale. Va visto perché Streep e Hathaway insieme non si vedono spesso, perché certi vestiti vanno guardati su grande schermo e non su un telefono, e soprattutto perché, e qui chiudo il cerchio, è un film che racconta, in modo a tratti goffo a tratti commovente, qualcosa che chi lavora con le parole come me, con la moda, con i contenuti e con l’editoria sta vivendo davvero.
Se sei millennial, se hai iniziato a lavorare nei giornali quando ancora si poteva e oggi ti ritrovi a “trasformare il pezzo in un carosello” questo film parla di noi. E lo fa con un vestito di Givenchy.
Decadente come metafora? Senz’altro. Onesto come autoritratto? Anche. E credimi, in un paio di scene dove questo è arrivato gli occhi lucidi me li ha fatti venire perché so cosa si prova a scrivere mettendoci l’anima senza venir letti, a dover trasformare concetti e opinioni importanti in qualcosa che non superi i 30 secondi e inseguire sempre hook di 3 secondi che fermino lo scroll per poi non riuscire a dire abbastanza per te ma troppo per chi c’è dall’altra parte. E’ doloroso vedere dove stiamo andando per chi ama leggere, scrivere e usare bene le parole. Qualsiasi sia l’argomento trattato.
Il Diavolo Veste Prada 2 in breve
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna
Cast: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Lady Gaga
Durata: 1h 59′
Uscita Italia: 29 aprile 2026
Distribuzione: Walt Disney Studios
Genere: Commedia drammatica
Domande frequenti su Il diavolo veste Prada 2
No, il film non ha scene durante o dopo i titoli di coda.
Tecnicamente no, ma sì. La trama è autoconclusiva ma metà delle citazioni, dei rimandi e delle emozioni si attivano solo se conosci l’originale del 2006. Il consiglio è: rivedilo la sera prima.
Sì, ha un cameo e canta “Runway”, il singolo originale firmato con Doechii uscito il 9 aprile 2026. Non ti dico in che scena per non rovinarti la sorpresa.
No. Lauren Weisberger ha scritto un sequel letterario nel 2013 ma il film segue una storia originale firmata da Aline Brosh McKenna che si discosta completamente dal romanzo.