Il gaming non è più una nicchia, è diventato cultura, linguaggio e identità visiva. Si è infilato nei vestiti, nelle parole, nei modi di stare insieme e per Fashion Snobber è un terreno familiare perché su questo blog racconto da sempre l’intersezione tra moda e mondo nerd. Però c’è una parte di questa storia che voglio raccontare con una voce diversa dalla mia. Ho intervistato Zergantis, content creator di gaming italiano che da anni racconta videogiochi su YouTube e Twitch con un approccio fuori standard. Niente dissing, niente fango, niente rincorsa al trend del giorno. Ha un background aziendale solido (Nintendo, Sony Mobile, GameStop, Huawei) e questo si sente in come parla dell’industria, dei creator e di chi gioca. È una voce che mi ha ispirato per affrontare un discorso più grande su cosa succede quando il gaming smette di essere intrattenimento e diventa identità.
Quella che leggi sotto è la conversazione integrale che ho lasciato così com’è perché ogni risposta dice qualcosa su cui vale davvero la pena riflettere.
Chi c’è dietro lo schermo

Se dovessi descriverti a qualcuno che non ti ha mai visto online cosa diresti?
Direi che sono un appassionato, anzi, un ossessionato, nel senso più positivo e viscerale del termine, di videogiochi. Fin da bambino non c’è stato un singolo momento della mia vita in cui non avessi in testa Super Mario o Final Fantasy VI. Oggi cerco in tutti i modi di parlarne per quello che sono realmente con contenuti capaci di trasmettere emozioni profonde.
C’è una versione di te che esiste solo offline e che i tuoi follower non conoscono?
Sì, certamente. Parlare su Twitch e YouTube è quasi come esprimersi in un’altra lingua perché la telecamera cambia inevitabilmente il modo di porgerti. Sul web posso apparire spavaldo, energico e a tratti irruente mentre nella vita di tutti i giorni sono una persona molto più serena, tranquilla e posata. Forse il pubblico non vede quella parte timida e insicura che fa parte di me.
Cosa facevi prima di iniziare a creare contenuti e quanto di quella persona è rimasta?
È una bellissima domanda. Ho un background molto vario in cui ho iniziato come cameriere, poi dopo la laurea sono volato a Dublino come QA Localization Tester per un’azienda che lavorava con Nintendo. Successivamente ho lavorato come contabile per Sony Mobile, poi per GameStop Italia, fino a diventare National Buyer per GameStop Nord Europa. Infine, prima di dedicarmi ai contenuti, sono stato Marketing Manager per AppGallery in Huawei a Milano.
Di quella persona è rimasto un fortissimo contatto con la realtà. Il web è una bolla, mentre il mondo aziendale fatto di colleghi, scadenze, budget e rigore è un’altra cosa. Questo percorso mi rende decisamente più concreto e strutturato rispetto ad altri creator. A volte invidio la spensieratezza dei ventenni che iniziano oggi, ma questo mio background mi permette di tenere i piedi per terra, garantendo stabilità a me e, spero, anche a chi mi segue.
Il gaming è un ambiente che spesso premia chi urla più forte mentre tu hai optato per un approccio diverso. È stata una scelta o è semplicemente come sei?
In questi anni ho sperimentato di tutto. Ho fatto contenuti di cuore, video ultra-verticali, documentari e, lo ammetto, in passato ho provato anche io a farmi notare cercando di attirare l’attenzione sebbene mai ai livelli che si vedono oggi che trovo al limite del tollerabile. Alla fine ho fatto pace con me stesso, con i numeri e con la mia community. Ho capito quale fosse la mia strada mettere al centro la mia passione e non gli altri. Non nutro invidia né rabbia verso nessuno, scelgo semplicemente di andare dritto per la mia strada con rispetto verso chi mi guarda. Fine.
Errori, tentazioni e il prezzo di adattarsi
Ti è mai capitato di sentirti fuori posto rispetto ad altri creator del tuo settore?
Sempre, e proprio per il discorso della mia vita precedente. Chi come me passava le giornate in ufficio in giacca e cravatta è inevitabilmente un’anomalia nel sistema dei content creator. Sebbene oggi sia più comune, la mia mentalità e il mio modus operandi rimangono diversi e questa differenza emerge chiaramente, soprattutto durante gli eventi dal vivo.
Quando ritieni di aver sbagliato un’analisi o cambi idea su qualcosa che hai detto pubblicamente come lo gestisci? La ammetti pubblicamente o preferisci lasciar perdere?
Dipende dall’entità dell’errore. Se si tratta di una svista importante faccio subito un passo indietro. Di recente, ad esempio, è successo con un articolo di Bloomberg sulle vendite di Nintendo Switch che conteneva dati imprecisi ed ho prontamente pubblicato un nuovo contenuto per correggere il tiro. Se invece sbaglio una pronuncia o dico 2006 al posto di 2026 onestamente ci rido sopra. Il buon senso dovrebbe essere alla base di tutto anche se l’impersonalità del web spesso lo fa dimenticare. Detto questo, riconosco di essere una discreta testa di rapa! (ride)
Hai mai avuto la tentazione di adattarti a quello che funziona di più anche se non ti rappresentava? Ci hai provato? Come è andata e cosa hai capito?
Ci ho provato eccome. Quasi tutta la prima metà del 2025 è andata così. Mi ero perso e ho tentato strade diverse spinto da dinamiche e influenze vicine a me che non c’entravano nulla con il mio modo di essere. Il risultato? Pessimo. Certo, ho racimolato un po’ di visualizzazioni ma a quale prezzo? Sminuire se stessi e calpestare la propria etica professionale per rincorrere un pubblico che non è lì per te o per costruire qualcosa, ma solo per vedere quanto fango riesci a lanciare sugli altri, non dà alcuna gratificazione. L’ho capito, ho cambiato rotta e mi sono finalmente liberato di quegli ambienti tossici.
Il peso di chi racconta videogiochi
Come content creator quand’è che ti rendi conto di avere un peso sul modo in cui certe persone si avvicinano al gaming? E cosa cerchi di trasmettere?
Un creator non può e non deve sostituirsi alla famiglia, agli amici o alla scuola. Detto questo, quando qualcuno si avvicina a questo mondo e chiede un consiglio cerco sempre di essere il più aperto possibile evitando quel fastidioso gatekeeping di chi pensa che questa passione appartenga solo a un’élite di eletti. Voglio trasmettere la serenità di poter dire civilmente “questo mi piace” o “questo non mi piace“, senza la paura di essere derisi o insultati. Questo per me conta moltissimo.
C’è qualcosa che speri chi ti segue porti con sé al di là del contenuto specifico?
Momenti felici. Niente di più. Non ho la presunzione di desiderare nient’altro.
Hai mai ricevuto un messaggio che ti ha fatto capire che stavi davvero facendo qualcosa di utile e apprezzato?
Sì, molti in realtà. Tante persone mi scrivono dicendo che le mie live le hanno aiutate a superare momenti davvero bui. È una cosa che mi stupisce e mi commuove ogni volta, anche perché sono una persona estremamente severa con se stessa e tendo a massacrarmi sul lavoro. Però non dimenticherò mai l’ondata di affetto ricevuta con il video sul bullismo di cinque anni fa in cui mi ero messo a nudo raccontando la mia esperienza personale di quando ero ragazzo e di come fossi riuscito a superarla positivamente. Quei messaggi li porto ancora nel cuore.
Con i creator più giovani che si stanno affacciando a questo mondo adesso che atteggiamento hai? Cerchi di aiutarli o preferisci non mischiarti?
In generale tendo a non immischiarmi. Trovo difficile il dialogo, principalmente perché molti di loro hanno una mentalità lontana da noi millennial. La Generazione Z è estremamente concreta e, soprattutto, non è disposta a scendere a compromessi. Questo mi mette in difficoltà dato che la mia generazione è cresciuta proprio a pane e compromessi. Se mi viene chiesto un consiglio o una parola di supporto rispondo volentieri ma non ho l’arroganza di voler indicare la strada a nessuno.
Dove va il gaming, dove va il canale

Cosa sta cambiando nel gaming che secondo te ancora non si sta raccontando abbastanza?
Non giochiamo più per il gusto di giocare. Oggi si gioca per giudicare, per creare un’etichetta di appartenenza, per collocarsi in una fazione che ci identifichi e ci difenda quando necessario. Al momento ho una visione molto pessimistica della direzione che ha preso l’industria. Per fortuna esistono ancora titoli che uniscono le persone e fanno riassaporare la purezza di questa passione. Il gaming è passato dall’essere una sottocultura nerd a un fenomeno di massa e di tendenza. Questo passaggio ha inevitabilmente rotto qualcosa creando tensioni sociali, per quanto si parli pur sempre di un bene di lusso.
C’è qualcosa che senti stai perdendo rispetto a come eri qualche anno fa?
Lo smalto! Qualche anno fa ero una macchina da guerra, facevo challenge bendato ed ero fortissimo in quasi tutti i giochi. Oggi sono decisamente più posato, mi difendo ancora bene, ma inizio a sentire il “crepitio degli anni” sul controller! (ride)
Un gioco recente che ti ha sorpreso davvero in modo inaspettato e perché?
Pragmata. Non è stato necessariamente un titolo rivoluzionario in ogni suo aspetto ma ha fatto una cosa incredibilmente bene: ha raccontato una storia semplice in modo efficace regalando emozioni bellissime nel finale. Mi ha toccato nel profondo.
Il gaming sta diventando sempre più estetica, identità e cultura visiva. Lo senti anche tu questo cambiamento o lo vedi più come una moda passeggera?
No, non è affatto una moda, è cultura a tutti gli effetti. Come dicevo, ormai ha pervaso ogni aspetto della nostra quotidianità. Sono felice di questa evoluzione, anche se purtroppo a volte porta con sé una commercializzazione esasperata e, di conseguenza, un calo della qualità complessiva dei prodotti.
Dove vuoi portare il tuo canale nei prossimi mesi o anni? Hai una visione chiara o navighi a vista?
Voglio che il mio canale sia un porto sicuro per chi non ha voglia di ascoltare notizie, recensioni o opinioni urlate, aggressive e prive di una reale riflessione. Oggi sento di aver trovato la mia formula ideale dove unisco news, analisi, guide e recensioni in un mix che sia il più chiaro, accessibile e onesto possibile.
C’è un contenuto che hai in testa da tempo e che non hai ancora fatto perché in qualche modo ti spaventa?
Sì, un viaggio-documentario itinerante alla scoperta delle principali software house europee. Al momento mi mancano il tempo e le risorse economiche ma l’idea di mettermi in auto e andare a trovare i ragazzi di Sandfall Interactive (per Clair Obscur: Expedition 33) o di Larian Studios sarebbe un sogno. Mi emozionerei tantissimo.
La collaborazione che hai avuto su Instagram con @fashionsnobber nasce dall’intersezione tra il tuo gaming e il suo modo di raccontare l’identità visiva. Come la vivi tu che sei dall’altra parte?
Il gaming ha infinite sfaccettature e vedere come una professionista riesca a interpretare e raccontare il lato estetico e l’identità visiva del nostro mondo è assolutamente affascinante. Io, che ritengo di avere uno stile decisamente standard, ne approfitto per imparare e curiosare. Mi piace moltissimo come sia riuscita a creare un’identità forte in un settore così ricco di opportunità.
Se tra cinque anni guardi indietro, cosa vorresti aver costruito?
Un canale da 100.000 iscritti. Mi sono dato questo obiettivo e spero davvero di farcela. La targa d’argento che YouTube spedisce al raggiungimento di quel traguardo rappresenterebbe il simbolo della mia risolutezza e del mio impegno. Lo so, sono solo simboli materiali, ma a volte hanno un valore importante.
Se potessi dire una cosa sola a un ragazzo di 16 anni che sta iniziando a giocare, o a fare contenuti, cosa sarebbe?
Divertiti! E concentrati sul creare, mai sul distruggere gli altri.
Chiudo questa conversazione con una cosa in testa. Zergantis dice che il gaming è cultura, e ha ragione. Personalmente lo vedo nei vestiti, nelle palette dei brand, nei riferimenti che attraversano le sfilate ma lo si vede anche in chi sceglie un personaggio videoludico per dire qualcosa di sé. Su questo blog è il motivo per cui esiste la categoria fashion & gaming perché, appunto, tra moda e videogiochi non c’è confine ma solo persone che, finalmente, hanno smesso di dividere le cose in compartimenti.
Grazie a Zergantis per aver risposto a tutto senza scorciatoie.
Stile nostro, gusti tuoi.