Ci sono momenti in cui la moda smette di guardarsi allo specchio e decide di guardare oltre. Succede raramente ma quando accade si sente e la collaborazione Louis Vuitton x League of Legends fa proprio questo. All’inizio poteva sembrare una mossa curiosa, quasi azzardata, in cui un brand storico del lusso entra in uno degli universi videoludici più competitivi e codificati che esistono. Bastano però pochi dettagli per capire che non si tratta di una semplice incursione, qui la moda non osserva il gaming dall’esterno, ci entra dentro e accetta di giocare con le sue regole. E nel farlo cambia qualcosa, non solo nel modo in cui percepiamo il lusso ma anche nel modo in cui interpretiamo il valore estetico e culturale di un videogioco.
Collaborazione Louis Vuitton x LOL: due mondi che non dovevano incontrarsi (e invece sì)

Collezione Louis Vuitton x League of Legends
Certe collaborazioni nascono per fare rumore. Altre, invece, cambiano davvero il modo in cui guardiamo due mondi apparentemente lontani. Quella tra Louis Vuitton e League of Legends (videogioco nato nel 2009 al momento diventato il gioco per PC più utilizzato al mondo) appartiene senza dubbio alla seconda categoria. E no, non è una semplice operazione di marketing ben confezionata, c’è molto di più sotto la superficie. C’è una visione.
Nicolas Ghesquière e l’idea di andare oltre
Tutto parte da Nicolas Ghesquière, direttore artistico delle collezioni donna di Louis Vuitton. Uno che non ha mai avuto paura di spingersi oltre, di contaminare, di prendere la moda e portarla in territori che altri considererebbero, come dire… poco “luxury”. Quando Riot Games gli ha proposto di disegnare le skin Prestige per alcuni campioni di League of Legends in occasione dei Worlds 2019, Ghesquière non si è limitato a “fare dei costumi”, è entrato nel gioco, letteralmente. Senza dimenticarci che l’ultimo campionato mondiale di League of Legends si è concluso con la consegna di una Summoner’s Cup griffata proprio Louis Vuitton.

Summoner’s Cup 2019
Le skin come linguaggio: non solo estetica

Maglietta e portachiavi con Qiyana di League of Legends
Chi gioca a League of Legends lo sa bene, le skin non sono solo estetica. Sono appartenenza, linguaggio e status. Sono un modo per dire “questo è il mio modo di stare nel gioco”. Ebbene, Ghesquière prende questa dinamica e la porta su un altro livello disegnando una capsule di skin chiamata True Damage, legata all’omonimo gruppo hip-hop virtuale creato per l’evento. Tra i personaggi coinvolti c’è Qiyana, probabilmente il volto più iconico della collaborazione che oggi appare infatti riprodotta su t-shirt e portachiavi. Ed è qui che succede qualcosa di interessante, la moda smette di ispirarsi al gaming e inizia a viverci dentro.
Dal virtuale al reale: la capsule collection definitiva di Louis Vuitton x League of Legends

Capsule collection LVxLOL
Ad un certo punto però il cerchio deve chiudersi ed alla collaborazione digitale si è affiancata una capsule collection fisica firmata Louis Vuitton. Abiti, accessori e pezzi dichiaratamente ispirati all’universo di League of Legends. Non cosplay o semplice merchandising. Moda vera. Il dettaglio interessante? Alcuni elementi sembrano quasi “troppo” per la vita quotidiana eppure funzionano proprio per questo, perché mantengono quell’eco digitale, quella sensazione di appartenere a un altro mondo. Vogliamo parlare dello smartwatch Tambour Horizon? Meraviglioso.

Smartwatch Tambour Horizon LVxLOL
Non “lusso nel gaming” ma contaminazione vera
Questa è la lettura più superficiale e anche la meno interessante. Non si trattava di elevare il videogioco attraverso il lusso né di rendere Louis Vuitton più “cool” parlando ai gamer. Sarebbe stato troppo semplice e prevedibile. Quello che è successo davvero è che entrambe le parti hanno ceduto qualcosa. Louis Vuitton ha accettato di uscire dal controllo assoluto dell’esperienza fisica per entrare in uno spazio digitale dove il valore non è dato dai materiali ma dal significato. Riot Games, dall’altra parte, ha aperto il proprio universo a una narrazione estetica più complessa, meno funzionale e più autoriale.
L’impatto culturale (quello che resterà davvero)
Questa collaborazione arriva in un momento preciso in cui il gaming sta smettendo definitivamente di essere una sottocultura e diventa mainstream globale. Quando un brand come Louis Vuitton entra in questo mondo, e lo fa senza snaturarlo, manda un segnale chiaro. Il linguaggio dei videogiochi è ormai parte della cultura contemporanea e Ghesquière lo ha capito perfettamente. Non prova a tradurre il gaming nel linguaggio della moda, fa il contrario lasciando che sia la moda ad adattarsi, assorbire e a trasformarsi. C’è una direzione creativa forte, una coerenza narrativa e soprattutto una cosa rara come il rispetto reciproco tra due mondi che non avevano bisogno di legittimarsi a vicenda.