Ci sono opere che finisci e poi ci metti un po’ a rimetterti in piedi non tanto perché sono tragiche in modo ostentato o perché ti buttano addosso colpi di scena a raffica, no. Alcune opere ti portano ad un livello di silenzio interiore che non ti aspettavi e quando finisci l’ultimo episodio rimani lì con il cursore fermo sul pulsante “prossimo episodio” a fare il vuoto. Ecco, Violet Evergarden è una di queste.
Di cosa parla Violet Evergarden (e perché il contesto conta)

Partiamo dall’inizio perché il contesto conta ed è importante da capire.
L’anime è prodotto da Kyoto Animation e già questo dovrebbe dirti qualcosa se segui il mondo dell’animazione giapponese perché non è uno studio che esegue ma che interpreta. Ogni frame di Violet Evergarden sembra dipinto a mano ed ogni sfumatura di luce ha un peso narrativo. Non sto esagerando, ci sono episodi in cui la regia visiva fa più lavoro emotivo del dialogo.
La storia ruota attorno a Violet, una ex soldato bambina e sì, questa cosa fa già male prima ancora che inizi, che dopo la guerra si trova a dover capire cosa significa esistere in tempo di pace. Fisicamente e psicologicamente. Le sono state amputate le braccia, ha protesi meccaniche e ha la capacità emotiva di un manuale d’istruzioni perché è cresciuta in guerra e perché non ha imparato nient’altro.
Il lavoro che si ritrova a fare è la bambola di scrittura automatica, una figura professionale che trascrive le parole delle persone che non sanno scrivere e le trasforma in lettere da spedire. In pratica le aiuta a mettere in parole scritte nere su bianco i loro sentimenti e quello che sentono.
E da qui, da questa premessa apparentemente semplice, l’anime costruisce qualcosa di devastante.
Scheda tecnica
L’anime è composto da 13 episodi più uno speciale uscito nel 2018 che temporalmente si colloca tra l’episodio 4 e 5 e Ricordi uscito nel 2021. Nel 2019 è uscito il primo film spin-off/side story, Violet Evergarden: Eternity and the Auto Memory Doll e nel 2020 il film conclusivo che termina la storia. L’anime è tratto dalla light novel di Kana Akatsuki illustrata da Akiko Takase, vincitrice nel 2014 del primo premio al Kyoto Animation Award. Attualmente è disponibile su Netflix che ne detiene i diritti per l’Italia, in versione doppiata e sottotitolata.
Violet come personaggio: un caso di studio
Ogni episodio è quasi autocontenuto. C’è Violet, c’è una persona che ha qualcosa da dire, non sa come dirlo e c’è lei che cerca di capire per trascrivere al meglio le emozioni del cliente.
Il punto centrale è che Violet non capisce le emozioni, le analizza, le scompone in grammatica e paradossalmente è proprio questo (questa sua incapacità di sentire nel modo convenzionale) a renderla la voce più precisa che certe persone abbiano mai avuto.
Uno degli episodi che mi è rimasto più impresso, e credo alla maggior parte di chi lo ha guardato, è quello della madre malata terminale che vuole lasciare una lettera alla figlia per ogni compleanno futuro che non vedrà. È il tipo di episodio che sembra impossibile da guardare e impossibile da smettere di guardare. KyoAni non lo rende sentimentale nel senso manipolativo del termine ma lo rende talmente reale con la sua crudezza e con la sua terna di dolcezza, amore e rassegnazione da renderlo indimenticabile.
Tendenzialmente non piango spesso davanti agli anime, mi commuovo, certo, ma quei pianti a dirotto che non riesco a placare difficilmente li provo, eppure ricordo che quel giorno non riuscivo a smettere tanto che ho dovuto stoppare gli episodi perché vedevo tutto appannato. Le lacrime cadevano a cascata come se quella madre e quella figlia fossi io. Assurdo non credi? Ecco, questo è il potere di Violet e della sua storia.
Il suo arco narrativo non è quello classico dell’eroe che impara ad essere forte. È il contrario, qualcuno che deve imparare ad essere fragile e che deve disimparare la guerra per poter vivere. E la scrittura non le fa sconti perché il processo è lento, doloroso e per niente lineare. Ci sono episodi in cui sembra aver fatto passi avanti e poi ne fa due indietro.
Questo la rende credibile. Non è il personaggio traumatizzato che guarisce in tre atti, è qualcuno che porta i suoi traumi nel modo come li porta davvero chi li ha vissuti, con ricadute, confusione e momenti di lucidità inaspettata.
L’estetica di Violet Evergarden: quando il visivo fa narrativa

Violet Evergarden è visivamente uno degli anime più belli degli ultimi anni e non lo dico nel senso generico di graficamente curato ma nel senso che l’estetica lavora in simbiosi con la storia. I paesaggi, spesso ispirati all’Europa del primo Novecento in un misto vago di Austria e Francia con un tocco di steampunk delicato, non sono solo scenografia. Sono umore e fanno sentire il peso del mondo in cui si muovono i personaggi.
I vestiti di Violet, bianchi, militari e rigidi che piano piano cambiano con lei. La CGI (Computer-Generated Imagery) sulle protesi che invece di sembrare un’aggiunta tecnica diventa parte del suo linguaggio corporeo. Tutto è intenzione.
E poi c’è la colonna sonora in cui Evan Call ha fatto qualcosa di straordinario con una musica che non insiste, non ti dice come sentirti ma è lì, sotto tutto, come un respiro trattenuto.
Il film: Violet Evergarden The Movie

Nel 2020 (con uscita italiana su Netflix nell’ottobre del 2021) è arrivato il film conclusivo Violet Evergarden: The Movie che chiude l’arco narrativo rimasto aperto nella serie.
Vale la pena? Assolutamente sì, ma con una premessa.
Il film presuppone che tu abbia visto la serie e lo speciale perché non è un punto di ingresso ma una vera e propria conclusione e come tale, per funzionare davvero, richiede tutto il peso emotivo accumulato nei 13 episodi precedenti. Se lo guardi fuori contesto è bellissimo visivamente ma ti manca metà del significato.
Detto questo, il finale che costruisce è emotivamente soddisfacente in un modo che quasi fa paura. Risolve le cose in una maniera così pulita da sembrare quasi troppo bello per essere vero, che poi non è necessariamente un difetto ma una scelta precisa, dipende da cosa cerchi in una storia. In questa storia soprattutto.
Violet Evergarden fa per te? Onestà prima di tutto
Ora, se hai letto fin qui aspettandoti che io ti dica che Violet Evergarden è perfetto fermati un secondo perché non lo è.
Ha un ritmo irregolare, alcuni episodi centrali rallentano in modo che a tratti può sembrare dispersivo, soprattutto se non sei nel mood giusto per un anime episodico e introspettivo. La relazione con Gilbert, il militare per cui Violet prova qualcosa che non sa ancora chiamare amore, è trattata in modo che a volte rasenta l’ambiguità etica dato il contesto in cui si sono conosciuti. L’anime non la esplora quanto potrebbe e quanto, forse, ci si aspetterebbe.
A chi lo consiglio
Lo consiglio a chi ama le storie lente, quelle che respirano e a chi non ha paura di piangere ininterrottamente davanti ad uno schermo. E’ perfetto per chi trova interessante il tema della comunicazione emotiva, il divario tra quello che si sente e quello che si riesce a dire.
Lo sconsiglio invece a chi cerca azione, worldbuilding elaborato o una trama ad alta densità di eventi. Violet Evergarden non è quel tipo di anime, che sia chiaro.
Con cosa confrontarlo
Se hai amato A Silent Voice per come gestisce l’emozione senza manipolazione probabilmente Violet Evergarden ti prenderà allo stesso modo. Così come se hai apprezzato Frieren: Beyond Journey’s End per il ritmo meditativo e i personaggi che elaborano lutto e memoria sei nel territorio giusto. Sono opere diverse ma parlano a un tipo simile di sensibilità.
Recensione personale e perché vale la pena vederlo
Violet Evergarden parla di qualcosa che non viene detto abbastanza. La difficoltà di trovare le parole per quello che si sente davvero, ma non le parole giuste o perfette, le parole e basta. Quelle sufficienti a dire “ti ho voluto bene” o “mi dispiace” o “non dimenticherò“.
L’anime usa le lettere come metafora ma quello di cui parla è il divario tra ciò che viviamo e ciò che riusciamo a comunicare. E Violet, questo personaggio che deve impararlo da zero e che lo impara con la stessa fatica con cui impara ad usare le mani meccaniche, diventa quasi come uno specchio.
Pensaci, quante volte hai avuto qualcosa da dire ma non hai trovato come dirlo?
Violet te lo chiede e poi ti aiuta, a modo suo, a capire che forse la risposta esiste ed è già dentro di te.
Questo anime lo amo particolarmente nel profondo, oltre a tutto quello che ti ho raccontato finora, anche perché quello che faccio col mio progetto di Fashion Snobber trovo che abbia un parallelismo con questa storia. Nel mondo di Violet le Bambole di Scrittura Automatica raccolgono le parole di qualcun altro e le trasformano in qualcosa di vero, qualcosa che l’altro non riesce a dire da solo. Se ci pensi io faccio questo ogni giorno. Ascolto, traduco, scrivo per brand, per persone e per chi ha un’idea in testa ma non trova le parole. Si può dire che forse, in qualche modo, sono un pò anche io una bambola di scrittura automatica.
Se sei da queste parti è perché moda e cultura pop non le tieni separate e nemmeno io. Violet Evergarden è esattamente il tipo di opera in cui estetica, narrazione e significato si tengono per mano. Il tipo di cosa di cui vale la pena parlare. Non credi?