Ralph Lauren non è il mio stilista preferito perché disegna bene. Quello lo fanno in tanti. È il mio stilista preferito, e il mio mentore di pensiero, perché ha capito una cosa che alla moda italiana sfugge ancora: lo stile non è quello che metti, è quello che resti quando ti togli tutto il resto. Detto questo lasciamo che a parlare sia la sua biografia. Le lezioni vengono fuori da sole.
Ralph Lauren stilista: l’uomo che ha trasformato la moda in uno stile di vita

Ralph Lauren stilista
Bronx, 1939: il nome non è il destino
Ralph Lauren nasce il 14 ottobre 1939 nel Bronx come Ralph Rueben Lifshitz, figlio di immigrati ebrei di Pinsk, in Bielorussia. Famiglia di quattro figli, quartiere popolare e infanzia ordinaria. A sedici anni, insieme al fratello Jerry, decide di cambiare cognome in Lauren per smettere di essere preso in giro a scuola. Si potrebbe leggerla come fuga. Io la leggo come prima lezione di stile. Lo stile inizia con una decisione su chi vuoi essere, non un costume, non una posa ma una scelta.
La cravatta, il 1967 e l’idea che fa la differenza
Ralph studia al Baruch College ma molla. Lavora da Brooks Brothers, fa il commesso, fa il militare, finisce a vendere cravatte per Beau Brummell. Lì arriva l’intuizione. Nel 1967, a ventotto anni, convince l’azienda a lasciargli disegnare una linea di cravatte sue. Più larghe, più audaci, più colorate di quelle classiche americane di allora. Le chiama Polo.
Non è il prodotto ad essere rivoluzionario. È l’idea di una cravatta che non è un accessorio ma una dichiarazione. Da lì in poi ogni cosa che lo stilista Ralph Lauren tocca seguirà la stessa logica che il capo è il pretesto, il messaggio è lo stile di vita.
Nel 1968 nasce ufficialmente il marchio Polo con una linea uomo completa. Nel 1971 apre il primo store su Rodeo Drive a Beverly Hills, primo stilista americano con un negozio monomarca a sé stante. Nel 1972 introduce la polo con il giocatore a cavallo ricamato sul petto. Da quel momento quel cavallo entra nei guardaroba di mezzo mondo e non se ne va più.
1974, Il Grande Gatsby: la moda diventa narrazione
Quando Robert Redford veste Jay Gatsby nell’omonimo film del 1974 gli abiti li firma lo stilista Ralph Lauren. È una svolta che la moda americana non aveva ancora visto. Uno stilista che entra nel cinema non per piazzare un prodotto ma per scrivere un personaggio.
Da lì in poi sarà ovunque. Nel guardaroba di Diane Keaton in Annie Hall (1977), addosso a Rachel Green in Friends, una delle serie tv che hanno fatto la storia della moda durante gli anni ’90 (Jennifer Aniston, da Polo, da assistente a editor di Bass) e in tutta una generazione di campagne pubblicitarie che sembrano fotogrammi di un film americano mai girato.
Lezione numero due: se il tuo brand non racconta una storia è solo un’etichetta cucita su un capo.
1987: il tumore al cervello, l’anno in cui tutto cambia
Nel 1986 Ralph Lauren riceve una diagnosi di tumore al cervello benigno. Nell’aprile del 1987 viene operato e si salva. Ha 47 anni, è sulla copertina di Time, sta lavorando alla sfilata della collezione e improvvisamente capisce in modo molto fisico che il successo non è una garanzia.
Da lì nasce il Ralph Lauren filantropo. Nel 1989 co-fonda il Nina Hyde Center for Breast Cancer Research alla Georgetown University in memoria dell’amica e fashion editor del Washington Post morta poi nel 1990. Nel 1994 lancia la Fashion Targets Breast Cancer initiative con il CFDA. Nel 2000 nasce la Pink Pony Campaign, il ramo globale del brand dedicato alla lotta contro il cancro. Nel 2003 apre, in partnership con il Memorial Sloan-Kettering, il Ralph Lauren Center for Cancer Care and Prevention a Harlem.
Qui c’è la lezione che mi ha insegnato di più. Un brand che non restituisce nulla al mondo che lo ha fatto ricco è solo una macchina di vendita. Lo stile, quello vero, ha un’etica.
(Piccola nota di precisione perché su questo dettaglio la rete italiana sbaglia spesso. Il tumore era benigno, non maligno. Non era cancro al cervello ma una massa che è stata rimossa chirurgicamente. È la differenza fra un evento traumatico e una sentenza, e Ralph Lauren stesso, parlando con Oprah, lo ha sempre chiarito.)
Lo stile dello stilista Ralph Lauren: cos’è davvero

Ralph Lauren negli anni Settanta. Foto: Getty Images
Si dice “preppy“, si dice “ispirato all’aristocrazia inglese”, si dice “Ivy League”. Tutto vero, tutto insufficiente.
Lo stile di Ralph Lauren è un’operazione concettuale. Prende elementi di un’eleganza che non gli appartiene per nascita (il tweed inglese, l’abito da equitazione, il guardaroba dei college della East Coast, il western americano e la sartoria italiana) e li ricuce in un linguaggio che diventa proprio. È un ragazzo del Bronx che ha passato cinquant’anni a costruire l’idea di un’America che non è mai esistita, ma che, vista da lui, sembra l’unica possibile.
Il suo guardaroba archetipico è fatto di poche cose ricorrenti. La camicia Oxford button-down, vera icona di stile firmata Ralph Lauren, il blazer in tweed, i chinos, la giacca da equitazione, il maglione cable-knit, il trench, l’abito da sera nero senza ornamenti. Capi che hanno tutti un anno di nascita lontano e che lui rimette in circolo come se fossero nuovi ad ogni stagione.
La cosa che colpisce, di chi sa leggere la moda, è che non fa quasi mai capi pensati per durare una stagione. Fa capi pensati per durare. È esattamente il contrario di quasi tutto il resto della moda contemporanea ed è il motivo per cui un capo Ralph Lauren del 1985 lo puoi ancora indossare oggi senza che sembri un costume.
L’impero dello stilista Ralph Lauren: dalla cravatta all’arredamento ai ristoranti
Negli anni ’80 e ’90 il marchio si espande oltre l’abbigliamento. Nascono Ralph Lauren Home (1983, una delle prime linee di arredamento firmate da uno stilista), le linee donna, bambino, le fragranze, gli accessori. Negli anni 2000 arrivano i ristoranti Polo Bar a New York, Ralph’s a Parigi, Ralph’s Coffee & Bar a Londra e RL Restaurant a Chicago.
Non sono diversificazioni ma estensioni dello stesso mondo. Entri in un Polo Bar e capisci immediatamente che stai mangiando dentro l’idea di America di Ralph Lauren, gli stessi colori, gli stessi materiali e gli stessi ritratti alle pareti. Pochi al mondo hanno costruito un universo immaginario così coerente da poterlo attraversare con la forchetta.
Qui c’è la terza lezione, e secondo me la più sottovalutata, un brand non è un logo. È un mondo. Se non riesci ad immaginare le persone, gli oggetti, i posti, i pranzi e i pomeriggi del tuo brand non hai un brand, hai solo un prodotto.
Riconoscimenti: il giro completo

- 1986: Ralph Lauren è il primo stilista a ricevere il CFDA Lifetime Achievement Award.
- 2010: il presidente francese Nicolas Sarkozy gli consegna la Légion d’Honneur all’Eliseo, in aprile.
- 2018: nello stesso anno del suo cinquantesimo anniversario riceve il KBE onorario dalla regina Elisabetta. II primo stilista americano in assoluto ad essere insignito di un titolo cavalleresco britannico.
- Gennaio 2025: il presidente Joe Biden gli assegna la Presidential Medal of Freedom, primo stilista in assoluto a riceverla. È la più alta onorificenza civile americana.
A questo punto parlare di “designer di successo” è quasi riduttivo. Ralph Lauren è uno dei pochi creativi americani viventi ad essere stato riconosciuto come patrimonio culturale dai tre paesi (Stati Uniti, Francia, Regno Unito) che hanno definito il suo immaginario.
La vita privata
Sposato dal 1964 con Ricky Anne Loew-Beer, psicoterapeuta. Tre figli: Andrew, David e Dylan. Vivono fra Manhattan e una grande tenuta in Bedford, Contea di Westchester, oltre a un ranch in Colorado, una casa in Giamaica e una sulla costa di Long Island.
Ralph Lauren parla pochissimo in pubblico. Non ha l’esibizionismo di altri stilisti suoi coetanei. Lascia che sia il lavoro a parlare, e quando concede un’intervista (l’ha fatto con Oprah, con Charlie Rose e raramente con altri) lo fa per dire poche cose con cura, non molte cose in fretta.
Quarta lezione, l’ultima, il silenzio costruisce più del clamore. Vale per uno stilista, vale per un brand e vale per una persona.
Curiosità su Ralph Lauren stilista

- Non ha mai praticato il polo. Lo ha scelto come simbolo perché evocava un mondo, non perché lo viveva. È la dimostrazione pratica che lo stile è in larga parte un atto di immaginazione.
- Possiede una delle collezioni di automobili d’epoca più importanti al mondo: Ferrari, Bugatti, Bentley, Mercedes-Benz. Alcuni dei suoi pezzi sono stati esposti al Louvre nel 2011 in una mostra a lui dedicata.
- Ha vestito Jackie Kennedy, Diane Keaton, Robert Redford e, più di recente, politici come Bill Clinton e celebrità contemporanee come Oprah Winfrey e Hillary Clinton.
- Forbes 2024: patrimonio stimato di circa 9,4 miliardi di dollari.
- È il solo stilista ad aver vinto i quattro premi principali del CFDA: Lifetime Achievement, Womenswear Designer of the Year, Menswear Designer of the Year, Retailer of the Year.
- Veste Team USA alle Olimpiadi dal 2008. Dopo la polemica del 2012 sulle divise prodotte in Cina, dal 2014 le divise sono interamente realizzate negli Stati Uniti.
- Nel 2023 ha reinterpretato per la prima volta in cinquant’anni il logo Polo Pony trasformandolo nel Fortnite Llama per la collaborazione con il noto videogioco.
Perché è il mio mentore (e non il mio idolo)
Un idolo lo guardi. Un mentore ti insegna a guardarti.
Ralph Lauren mi ha insegnato che lo stile non è una questione di soldi né di trend stagionali, perché lui di soldi non ne aveva, e che lo stile non è una questione di scuola, perché lui non l’ha finita. Mi ha insegnato che si può prendere un nome che ti sta stretto e farne uno che ti sta giusto. Che si può costruire un’identità vestendosi come si vorrebbe vivere, che un brand è un mondo e non un logo. Che il successo senza restituzione è una vetrina vuota e che il clamore mediatico è facoltativo mentre la coerenza è obbligatoria.
In Italia tendiamo a guardarlo come uno stilista americano, cioè con quella punta di sufficienza che riserviamo a tutto ciò che non è italiano. Sbagliamo. Ralph Lauren ha fatto, in cinquant’anni, quello che a Milano fanno fatica a fare in dieci. Perfino un maestro come Giorgio Armani ha lavorato per costruire qualcosa di simile, un’idea di lusso accessibile che non si svende, che non si rincorre da sola e che invecchia bene.
Io non sono Ralph Lauren e non lo sarò mai (purtroppo) ma ogni volta che mi vesto e mi chiedo se ho capito qualcosa mi chiedo: “cosa ne penserebbe lui?“.
E di solito la risposta mi basta.
Il mio claim, del resto, parte proprio da tutto questo.
“Consapevole del mio stile ma non dei tuoi gusti”.
Luna
